Io, Barolo: il Re dei vini si racconta a Roddi

Non potendo io parlarvi di vino con cognizione di causa, ho scelto di lasciare quest’arduo compito a Matteo, caro amico nonchè giornalista dell’Eco di Biella, giornale della nostra città. Questo week-end è stato a Roddi, vicino ad Alba, nelle Langhe: so che è stato entusiasta dell’esperienza, ma lascio che a raccontarvelo sia lui.

Roddi è un piccolo paese arrampicato sulla cima di una collina di vigneti, a una decina di minuti da Alba. All’ingresso del borgo antico ci aspettava la nostra guida turistica d’eccezione, un simpatico cocker che ci ha preso in simpatia e ci ha fatto strada tra le vie del paese.

Da via Roma e via Crosetti ammiriamo lo spettacolare panorama delle Langhe: onde e onde di vigneti surfate da castelli medievali. Poi saliamo verso la piazza del Municipio e la chiesa settecentesca di Santa Maria Assunta, da dove si può godere di un altro punto panoramico. La nostra professionale guida decide che è venuto il momento di vedere l’attrazione principale e ci conduce fino al castello medievale (la prima attestazione risale all’anno 1014), preceduto da una bellissima torre campanaria.

È qui, nelle cantine del castello, che sabato scorso si è svolta la bellissima iniziativa Io, Barolo – La nuit, organizzata da La Strada del Barolo, una serata di degustazioni del re dei vini. In realtà la cornice avrebbe dovuto essere la piazza del municipio, ma il tempo non ha assistito.

 
Prima della serata, però, alle 17.00 ho assistito ad un evento davvero straordinario. Nel senso che di ordinario non aveva proprio nulla: una degustazione di cinque Baroli del 2000 all’interno del progetto Wine tasting experience. A guidare gli assaggi l’enologo Gian Luca Colombo, con l’aiuto di Danilo Drocco (enologo di Fontanafredda) e Mauro Daniele (enologo di Le Strette). Tutti concordi: «Degustazioni così non capitano tutti giorni».

Ora due parole sul Barolo sono d’obbligo. Anzi, farei ancora un passo indietro: due parole sul vino in generale. 

Che cos’è il vino? 
Risposta enciclopedica: è una bevanda alcolica a base di uva
Risposta dopo aver gettato uno sguardo fuori dalla finestra del castello, sulle colline striate dai filari di nebbiolo: è una cultura. Sì perché in un mondo dove conta l’ultima uscita, il colore più alla moda, l’ultimo aggiornamento del sistema operativo, ebbene quasi non sappiamo cosa farcene dell’ultimo nebbiolo: il vino va aspettato, per anni, talvolta per decenni.
Un enologo una volta mi ha raccontato di aver conosciuto un produttore che sosteneva di aver risolto il problema di come reperire i tappi di sughero: «Ho piantato delle querce da sughero». Che vuol dire che il primo tappo prodotto in casa sarebbe arrivato tra 50 anni. Insomma, il vino abitua a pensare su tempi che nulla hanno a che vedere con la vita quotidiana. 

Facciamo un passo avanti: il nebbiolo, vitigno da cui si produce il Barolo (ma anche il Barbaresco, il Gattinara, il Lessona, il Valtellina tanto per citarne alcuni). È una vite scontrosa, che dà un buon vino solo dove ha voglia lei, vale a dire in solo in Piemonte e nella Valtellina. Dà vini profumati di rosa e viola, ma tra i suoi descrittori c’è anche il termine etereo, che per i profani vuol dire tutto e niente ma rende un’idea di sublime che è assolutamente centrata.
E arriviamo al Barolo, il più importante vino che abbiamo in Italia. Se ne producono 12/13 milioni di bottiglie all’anno, l’85% delle quali è venduta all’estero. Cosa distingue un Barolo da un normale vino a base di nebbiolo? Il terreno dove nasce.
Nell’intero territorio dei comuni di Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba ed in una parte dei comuni di Monforte, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour, Diano, Cherasco e Roddi le viti crescono su terreni così ricchi e particolari che il vino che si produce risulta unico.
La degustazione è stata davvero un’esperienza fantastica. Da ovest a est abbiamo assaggiato prima un Barolo Fossati 2000 dell’azienda agricola Dosio, poi un Berghesia 2000 Le Strette, prodotti nei comuni di La Morra e Novello, a ovest di quella linea immaginaria che passa dal comune di Barolo e divide terreni più giovani (6-7 milioni di anni) da altri più antichi (60 milioni di anni): due Baroli più morbidi ed eleganti, dove alle consuete note floreali se ne aggiungono altre di frutta cotta.
(Domanda: si sentono davvero questi profumi? Sì, si sentono. Serve almeno un corso di enologia di quelli serali dell’Università popolare per riconoscerli ma, fidatevi, si sentono).
Siamo passati poi per il comune di Barolo assaggiando un Bussìa 2000 Riserva Barale per spostarci ancora più a est verso Monforte, da dove arriva il Vigna Colonnello 2000 Bussìa Soprana, e Serralunga d’Alba con il 2000 Riserva Fontanafredda, dove i terreni più antichi conferiscono più tannini al vino (una sostanza che dà la sensazione, reale, che la bocca si asciughi): qui le note di frutta cotta lasciano il posto a profumi più maturi di confettura.

 

Terminata la degustazione scendiamo di due piani ed entriamo in “Io, Barolo – La nuit”, dove abbiamo potuto degustare (questa volta senza la preziosa guida degli enologi) altri Baroli delle annate tra il 2008 e il 2010, apprezzando come tutti quei gusti fruttati di poco prima siano presenti ma meno maturi, e le note floreali siano più marcate (assieme ai sentori dati dal legno delle barrique dove è affinato e che scompaiono con l’andare degli anni).
Vini già straordinari, ma che cominceranno a dare il meglio di loro tra quattro o cinque anni: altro che ultima uscita!

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