La montagna al femminile: storie di donne in alta quota

Essere donna è così affascinante.

È un’avventura che richiede un totale coraggio, una sfida che non annoia mai.

(Oriana Fallaci)

Se mi leggete da qualche tempo, avrete capito che sono un’appassionata frequentatrice della montagna sotto diversi aspetti e posso dire che quello che prediligo non appena ne ho la possibilità è l’ascesa in vetta.

Che sia a piedi o sugli sci o ancor meglio sulla roccia, la conquista di una cima esercita ogni volta su di me un grande fascino. Il mio genere non fa alcuna differenza e le mie possibilità “arrampicatorie” sono state sempre ampiamente supportate e incoraggiate dagli ambienti che ho frequentato. Posso dirmi fortunata.

Eppure, in passato, per noi donne non era affatto così.

donne in montagna

Storie di donne in montagna

Pensiamo ad esempio all’alpinismo: le donne hanno dovuto guadagnarsi rispetto e il giusto riconoscimento delle proprie imprese, riscattando un passato dagli inizi burrascosi e discriminatori.

Le alpiniste, di qualsiasi ceto sociale e provenienza geografica, hanno da subito dovuto combattere contro pesanti pregiudizi e ingiusti silenzi di fronte alle loro imprese in quota, a partire dalle accuse delle diverse comunità internazionali.

Venivano considerate strambe, irresponsabili o semplici accompagnatrici”: scrive l’alpinista torinese Anna Torretta, oggi residente a Courmayeur, autrice del romanzo “La montagna che non c’è”, biografia della sua carriera sulle vette di tutto il mondo e testimonianza preziosa della nostra epoca.

Anna, infatti, che probabilmente molte tra voi ricordano per la sua partecipazione nel 2015 al reality Monte Bianco, può essere considerata un esempio vivente di moderna e poliedrica donna che della montagna ha fatto la sua passione, costruendo così negli anni una solida carriera.

Nata nel 1971 a Torino, si è laureata al Politecnico in Architettura per poi trasferirsi in Austria, dove la sua grande passione per l’ice-climbing, la non facile arrampicata su pareti di ghiaccio, ha preso il volo.

Anna è stata più volte campionessa mondiale di questa disciplina e per molti anni la migliore atleta italiana a livello assoluto.

Tuttavia, è nell’alpinismo che si completa la sua carriera: ha salito vie estreme di misto, ghiaccio, artificiale, sia in spedizione che in solitaria. Anna è una vera viaggiatrice, sempre alla ricerca della sua “montagna che non c’è”.

Oltre a completare alcune tra le più impegnative salite al mondo (dalla Nord delle Gr. Jorasses per la Mc Intyre-Colton, 1200 metri di ghiaccio, al Capitan in Yosemite, California, in solitaria su Zodiac per 6 giorni fino alla vetta dell’Ama Dablam 6852), Anna Torretta è riuscita a crearsi una famiglia, ha due bambine, e dal 2000 esercita la professione di Guida alpina a Courmayeur, dove attualmente vive.

Proprio per agevolare l’avvicinamento alla montagna alle donne di ogni età e condizione sociale, Anna tiene ogni settimana un corso nella palestra di Courmayeur, “Ragazze di cordata”, dedicato alle donne che vogliono cominciare o riprendere a scalare, di tutte le età, anche con bimbi al seguito.

In un mondo dove coraggio e forza fisica sono sempre state associate all’uomo, avvicinarsi alle vere salite alpinistiche e alle alte cime era considerato impensabile e, a tratti, anche impossibile per una donna, a causa di limiti non solo fisici ma addirittura mentali.

Pensate che, sino al XVIII secolo, alcuni medici sostenevano che l’alta quota potesse essere nelle donne causa di infertilità.

Immaginate quindi quale scalpore deve aver suscitato nelle comunità alpiniste dell’epoca la prima donna in assoluto ad aver tentato la salita al Monte Bianco (4810 mt.) Si trattava di Marie Paradis, cameriera in una locanda a Chamonix, che seguì un po’ per gioco un gruppetto di amici. Non aveva però alcuna esperienza alpinistica, non era abituata alla quota. Lei stessa raccontava con ironia: «Mi trascinavano, mi spingevano, sbuffavo come una gallina spennata. Chiedevo di essere sbattuta in un crepaccio». Era il 14 luglio 1808 e, a forza di sbuffare ed essere trainata, Marie arriva in qualche modo in vetta. Si tratta del primo importante passo in questa direzione.

La prima vera salita al Bianco, degna di questo titolo, può essere tuttavia considerata quella di Henriette D’Angeville, alpinista Ginevrina che a 44 anni, il 3 settembre del 1838, vestita con una gonna, con l’aiuto di un bastone e dodici tra guide e portatori. Anche qui l’impresa viene commentata con un misto di sorpresa e toni sprezzanti. Una guida di Chamonix al suo ritorno le dice: «Avete avuto il grande merito di andare sul Monte Bianco, ma bisogna convenire che il Monte Bianco ne avrà molto meno ora che anche le signore possono scalarlo». 

Tali commenti non devono stupire in un’epoca in cui l’alpinista austriaco e filosofo dell’arrampicata libera, Paul Preuss, sostiene che “la donna è la rovina dell’alpinismo”.

Seguono anni bui per le quote rosa dell’alpinismo, durante i quali tutte le salite degne di nota, alcune delle quali anche condotte da prime, subiscono indifferenza e poca considerazione.

Qui possiamo ricordarne solo alcune, la maggior parte nobildonne britanniche come, ad esempio, Lucy Walker che nel 1871 fu la prima donna a salire sul Cervino o Beatrice Tomasson, che nel 1901 apre con due guide la prima parete Sud della Marmolada.

La passione per la montagna dilaga spesso assieme all’amore per i loro uomini: così alcune compagne, mogli e amanti di alpinisti, stanche di attendere il loro ritorno, iniziano in punta di piedi la conquista delle cime.

Una fra tutte l’alpinista Italiana Nives Meroi, che con lo storico compagno di cordata e marito Romano Benet, diventa la seconda donna a scalare tutti i quattordici ottomila della Terra, senza utilizzo di bombole e ossigeno supplementare né portatori in quota.

Nata nel 1961, Nives è ancora oggi un simbolo dell’alpinismo rosa e la sua storia si è più volte incrociata con quella di un’altra grande alpinista, la spagnola Edurne Pasaban che, tra il 2001 ed oggi, ha completato per prima l’ascesa di tutti gli ottomila della Terra.

Immaginate ora di essere a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sulla scena delle prime competizioni di arrampicata, che allora si tenevano su grandi pareti aperte (come quella dei Militi, a Bardonecchia, nella mia Valsusa) e non ancora negli stadi, si affaccia una giovane promessa.

La minuta e vivace Caterine Destivelle, francese, molto graziosa e attenta al suo look anche in parete, in pochi anni si distingue per i suoi risultati in gara per poi dedicarsi anima e corpo all’alpinismo e alla salita di grandi pareti rocciose in giro per il mondo.

La Destivelle, che oggi ha 58 anni, è passata alla storia per alcune prime solitarie femminili storiche come la salita in sole 4 ore della via Bonatti al Petit Dru nel 1990, la parete nord dell’Eiger nel 1991, la parete nord delle Grandes Jorasses nel 1993 e la via Bonatti al Cervino nel 1994. La sua ultima grande impresa invee è stata la salita in solitaria in 2 giorni della Via Hasse-Brandler, sulla parete nord della Cima Grande di Lavaredo, nel 1999. Insomma, per dirla all’americana: “It goes, boys!”.

Questa l’esclamazione della statunitense Lynn Hill, classe 1961, conosciuta come la regina dello Yosemite, colei che nel 1993 ha realizzato la prima salita in libera della via The Nose su El Capitan, impresa ritenuta fino ad allora impossibile, successivamente riesce anche a salire The Nose in libera in meno di 24h.

It Goes!

Ed è con l’ottimismo di queste due parole che mi piace pensare alla condizione delle donne in alta quota oggi, rappresentate con efficacia dal sorriso aperto e spontaneo di Tamara Lunger.

Altoatesina, nata nel 1986 a Bolzano, scialpinista, alpinista ed esploratrice, Tamara nel 2010 05diventa la donna più giovane a raggiungere la vetta del Lhotse usando ossigeno supplementare.
Giovane e caparbia, Tamara non si ferma al suo primo ottomila: grazie anche al fortunato incontro con l’amico, collega e compagno di cordata Simone Moro, raggiunge nel 2010 la vetta del K2. Nel 2016 fa scalpore la sua rinuncia alla conquista della vetta del Nanga Parbat a soli 570 metri dall’arrivo.

Tamara, a soli 29 anni, si trova ad un passo dall’essere la prima donna al mondo a raggiungere la vetta di un Ottomila invernale, ma il suo fisico è stremato e la sua testa ancora abbastanza lucida da capire che, proseguendo, avrebbe poi compromesso la sua e l’altrui sicurezza nella lunga discesa. Perciò decide di lasciare andare i compagni in cima e torna indietro.

In fondo, l’aspirazione di ogni frequentatore delle alte cime, uomo o donna che sia, dovrebbe essere quella che diceva Cassin, ovvero vivere abbastanza a lungo sulle sue montagne, tanto da “diventare un vecchio e bravo alpinista”.


Articolo di Flavia ChiarelliSport Specialist del Club delle ragazze con la valigia

Sport Marketing Manager, accompagna atleti e business outdoor a crescere e raccontarsi. Abruzzese di nascita, nomade per vocazione, montanara per scelta. Ama praticare sport, specialmente in verticale.

Flavia Chiarelli

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