Cambogia: un toccante viaggio nella storia a Phnom Penn

Oggi facciamo un viaggio nella storia della Cambogia. Non andiamo, però, tra le rovine dei templi, insieme a Lara Croft. Andiamo a Phnom Penn, in un passato molto più recente, è storia contemporanea, dei nostri tempi.

Phnom Penn, Cambogia

Phnom Penn e un po’ di storia della Cambogia

Se dici Cambogia, tutti pensano alle meraviglie dei templi di Angkor, agli imponenti volti in pietra scolpiti nel Bayon, alla natura straordinaria che si è impossessata del Ta Prohm.

È vero, in questa perla del Sud-est Asiatico si viene soprattutto per visitare tutto questo. Ma non bisogna dimenticare, anzi, è necessario esserne ben consapevoli, che questo è un paese che solo pochi anni fa è uscito dall’inferno. Un passato ancora troppo vicino, che si legge negli occhi degli abitanti, seppure sempre col sorriso e pronti ad accogliere i visitatori con una gentilezza quasi disarmante.

Fateci caso, quando passeggiate per le strade di Phnom Penn, o quando visitate i mercatini di Siem Reap: bambini ce ne sono tanti, anche di giovani adulti. Ma quanti sono quelli più anziani? Pochi. Qui è scomparsa un’intera generazione, bambini, donne, uomini, hanno trovato la morte per la sola colpa di essere colti, intellettuali, artisti, di avere “le mani troppo pulite” e di essere contrari alla costruzione della Kampuchea Democratica.

storia della Cambogia

Questo era l’obiettivo della rivoluzione dei Khmer rossi, guidati dal sanguinario Pol Pot: trasformare la Cambogia in una vera e propria società contadina socialista. Un progetto che mai era riuscito a nessuno, ma che, sotto Pol Pot, per qualche anno fu realtà. Una realtà che costò milioni di vittime.

Si sa poco, pochissimo di quanto avvenne in Cambogia in quegli anni, dal 1975, quando, con l’occupazione di Phnom Penn, il Paese torna all’Anno Zero, fino al 1979, anno della liberazione da parte delle forze vietnamite. Secondo i dati diffusi dall’Università di Yale, il regime di Pol Pot ha ucciso oltre 1,7 milioni di cambogiani, più del 20 per cento della popolazione. Ma saranno sicuramente molti di più.

Pol Pot, il “fratello numero uno”, è morto nel 1998, non è mai comparso davanti a un giudice. Solo poco tempo fa, il 16 novembre 2018, il tribunale ha condannato all’ergastolo due dirigenti del regime, gli unici ancora in vita, per genocidio e crimini contro l’umanità: il braccio destro di Pol Pot, il “fratello numero due”, Nuon Chea e l’ex capo di stato della Kampuchea Democratica,  Khieu Samphan, in un processo lungo e spesso mal gestito e dominato dalla corruzione e spesso anche dal poco interesse nel voler dare davvero giustizia alle vittime.

Phnom Penn

Prima di partire è bene documentarsi. Io avevo letto un libro di Tiziano Terzani, “Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia”, che raccontava quanto fosse difficile, anche per i giornalisti, avvicinarsi al paese in quegli anni. Avevo visto il documentario prodotto da Angelina Jolie, “Per primo hanno ucciso mio padre”, molto forte e toccante. Ma forse non ero veramente preparata a quanto poi avrei visto a Phnom Penn. Sono due i luoghi simbolo della storia di quegli anni. Il Museo Tuol Sleng e il Campo di Sterminio di Choeung Ek.

Il primo una volta era una scuola. Un luogo dove i bambini vanno per imparare, per diventare gli adulti del domani. Quell’edificio, non a caso, venne trasformato nella prigione S21. Donne, uomini e bambini vennero imprigionati, interrogati e torturati. La visita è lunga, stanza dopo stanza si vedono i luoghi delle torture, gli attrezzi utilizzati, ma soprattutto, ci sono tutte le foto delle persone che sono passate di là. Ti guardano, alcune con speranza, forse ignare di quanto avrebbero passato, altre con rassegnazione, altre ancora con terrore.

Vale la pena, assolutamente, prendere l’audioguida e ascoltare le loro storie, la storia di quel luogo, dei registri con i nomi appuntati, le trascrizioni degli interrogatori. È sconvolgente, sì. È un’esperienza tosta. Soprattutto perché tanto vicina a noi. Quando i vietnamiti fecero irruzione nella “scuola” trovarono solo sette persone vive. Due di loro sono ancora in vita, li potete incontrare nel cortile, potete chiacchierare con loro. Noi abbiamo conosciuto Bou Meng, era un artista e scrittore prima di incontrare la follia e il fanatismo dei khmer rossi. Ora sta sempre seduto lì, ha scritto un libro sulla sua esperienza e ha tanta voglia di urlare al mondo ciò che è successo tra quelle mura.

Bou Beng, Cambogia

Una volta usciti dal museo, prendete un tuk tuk e fatevi accompagnare al campo di Sterminio di Choeung Ek. Avete visitato qualche campo di concentramento? Ok, la sensazione è simile. Di morte, di angoscia. Questo era il più vasto campo di concentramento creato dal regime di Pol Pot. Oggi ciò che si vede è un memoriale, dei giardini, recintati, tanti alberi. Qui sono stati giustiziati senza pietà i prigionieri della S-21, insieme a tanti altri, anche soldati rossi disertori. E qui sono stati seppelliti, abbandonati in quelle che sono vere e proprie fosse comuni, che nascondono ancora migliaia e migliaia di corpi.

È un’ottima idea prendere un’audioguida, per capire davvero dove vi trovate, sopra a cosa state camminando e cosa avete davanti agli occhi. Non vuole essere questo un articolo trash, non entro nei dettagli, solo un incentivo ad andare, a visitare questi luoghi, a scoprire quella che è stata la storia più recente della Cambogia. Perché non deve essere dimenticato, e non deve succedere mai più.

the F, locale a Phnom Penn

Nota: di foto non ne ho fatte. Ho fotografato solo Bou Meng, per ricordarmi di lui. Per il resto, credo ci fosse poco da fotografare e molto più da vedere e ascoltare. Quindi, in questo post vedete alcune foto di Phnom Penn: una foto è stata fatta dal secondo piano di un palazzo lungo le rive del Tonlé Sap, al Foreign Correspondents Club (The F), uno dei tanti, piacevoli locali con vista della capitale cambogiana.
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Articolo di Mariachiara Manopulo – Food&Wine e Motorbike Lover per il Club delle ragazze con la valigia

Digital PR, vagabonda e food lover per vocazione: la prima cosa che cerca in un posto nuovo sono i piatti tipici e i vini locali. Mamma di un piccolo esploratore, quando può si ritaglia qualche giorno per un viaggio di coppia, meglio sulle due ruote. Da poco ha inaugurato il blog Travellitudine.

Mariachiara Manopulo

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